I frutti autunnali del Bosco
La Valle Idice è conosciuta in tutto il paese ed a livello internazionale, oltre che per la bellezza del
paesaggio e la ricchezza di risorse naturali, per la cultura e la storia che la pervadono. Aree
archeologiche naturalistiche come il rilevante Parco di Monte Bibele, ove sono presenti
insediamenti Celti e Etruschi, o il celebrato ed affascinante Monte delle Formiche, con il suo
Santuario incastonato su di una struttura arenacea.
Un territorio così ricco come quello del Comune di Monterenzio non poteva che offrire ben altro,
riguardo alle eccellenze naturali. Questo luogo è ricolmo di boschi che contengono un buon numero
di castagneti secolari, tuttora mantenuti dai proprietari o dai consorzi creati per la salvaguardia del
“Marrone biondo dell’Appennino Bolognese e Tosco Emiliano”.

La castagna ed il marrone sono ad oggi ritenuti un gradevole prodotto da gustare arrostito (le
famose caldarroste vendute agli angoli delle strade di città) o bollito per poi utilizzarne il contenuto
per la preparazione di dolci. O, come tradizione culinaria emiliana insegna, come ripieno per la
pasta all’uovo fatta a mano.
Nell’epoca attuale, i raccoglitori si ritrovano all’alba, solitamente intere famiglie o gruppi di amici,
di collaboratori, e trascorrono la giornata sotto agli alberi pranzando insieme, come in una sorta di
sano passatempo ludico. A fine giornata, i preziosi frutti sono stipati in sacchi pesantissimi, da
riportare a spalla fino alle auto. In quel preciso momento il ricordo vola a chi di quel frutto viveva,
alla memoria narrata di quando castagne e marroni erano fondamentali per la sopravvivenza delle
famiglie contadine nei secoli scorsi. L’antica tradizione della raccolta nella Valle Idice, oltre ad
essere un fondamentale introito per le aziende agricole, è anche un omaggio a chi ha vissuto
conservando nel tempo i castagneti e si è sfamato grazie a questo straordinario frutto della terra.
Un altro prodotto apprezzato in tutto il mondo è il fungo epigeo, organismo che non appartiene a
nessuna specie se non quella del “regno dei funghi”. Non è una pianta, non è una verdura, non è un
animale: è una prelibatezza unica al mondo. Oltre a ciò, l’atmosfera che circonda il mondo della
ricerca dei funghi è anch’essa entusiasmante, per se stessa travolgente.

Il fungaiolo è un appassionato di natura e di passeggiate, taciturno custode dei segreti del bosco.
Nessun cercatore di funghi rivelerà ad estranei, a volte persino alla sua stessa famiglia, la posizione
di una “pastura”, piccola area dove egli può ritrovare i funghi ogni anno.
Nell’Appennino bolognese e tosco emiliano, laddove si trova la Valle Idice, si possono ammirare
funghi di tante varietà:
l’ovolo buono (Amanita Caesarea), il porcino estivo (Boletus aestivalis) e autunnale (Boletus
edulis), il prugnolo (Calocybe gambosa) dall’odore intenso ed aromatico. E poi le simpatiche e
bizzarre trombette dei morti (Craterellus cornucopioides), così chiamate per la loro forma che
ricorda una tromba dal colore grigio/nero intenso e per il periodo di raccolta che si concentra
durante la Commemorazione dei Defunti, i primi giorni di novembre. Anche i galletti (Cantharellus
cibarius) e il gruppo della specie Russule, con colorazioni che variano dal verde azzurro, al rosso, al
bianco latte. Un’esplosione di colori che regalano ai boschi della Valle Idice un’ulteriore
caratteristica di luogo attraente dal punto di vista estetico, calamita per turisti di ogni tipo e studiosi
naturalistici.
Per non dimenticare i sottoprodotti come more e fragoline selvatiche di bosco, delizie per il palato,
e l’asparago selvatico o asparagina (Asparagus acutifolius), presente in Valle Idice e amata dai cercatori appassionati per la difficoltà di raccolta data dalla sua capacità di confondersi con l’ambiente circostante.

Una particolare menzione è d’obbligo per il Re del bosco, il tartufo, ancora oggi molto apprezzato e
utilizzato in cucina o per la preparazione di prodotti conservati. Lungo tutta la Valle Idice, durante
l’autunno fino a gennaio inoltrato, è consuetudine scorgere le auto dei tartufai ai lati delle strade,
uomini e donne con vestiti mimetici o utilizzati per la caccia si accingono a risalire per le colline
addentrandosi nella fitta vegetazione, assieme ai loro amici a quattro zampe, i loro fedeli compagni
di lavoro.

Fatica, dedizione, grande passione e caparbietà, oltre ad una predilezione per la cerca in solitaria,
identificano il tartufaio ed il suo cane, creando attorno a questo personaggio una sorta di contesto
d’altri tempi.
Il piccolo cagnolino corre attorno al suo proprietario tartufaio in una cerca continua a forma di otto,
senza mai dimenticare un pertugio, un angolo di macchia o avere timore nel tuffarsi in un cespuglio
di nocciolo o di rovi impenetrabili. Per poi saltare di gioia, assieme al proprietario, al momento del
ritrovamento della pregiata pallina odorosa.
Nel territorio di Monterenzio sono presenti il tartufo bianco (Tuber magnatum), quello nero estivo
(Tuber aestivum), il “marzuolo” o bianchetto (Tuber borchii V.) e altre specie non interessanti dal
punto di vista alimentare.
Questa la Valle Idice, abbondanza di preziosi prodotti sia ottenuti dalle
coltivazioni agricole, sia originati dal lavoro dei nostri avi e tramandati fin qui.

