Manutenzione Straordinaria
E’ frustrante vedere come ricorrono eventi “straordinari” con una regolarità inquietante il mondo politico pare un pugile suonato mentre lo stanno contando all’angolo, e la folla inferocita cerca sangue e vendetta , nella fanghiglia delle parole che ci innondano subito dopo le piene dei torrenti si aggiunge la campagna elettorale, il momento dell’accattonaggio in cui senza vergogna, senza pietà e senza scrupoli, i questuanti del consenso con le scarpine lucide e le unghiette curate approfittano di questo orrore per raggranellare voti, aggiungendo benzina sul fuoco della esasperazione, mentre alcuni, in solitudine, dimenticandosi del giorno e della notte, immersi fino alla vita nella melma, spalano in silenzio, a testa bassa perchè agire senza frignare è l’unica cosa che tiene in vita un organismo sociale ferito, non le chiacchere ma il lavoro ci offre l’unica speranza. Ma sorge dal profondo una domanda: fino a quando continueremo a fidare solo sulle anime oneste?
Ciò che stiamo affrontando , perché da un anno e mezzo stiamo su questo argomento, è enorme. Questa crisi dovrebbe essere una occasione per approfondire con intelligenza e analisi ciò che ci stà accadendo per pensare a un futuro diverso. Alla luce degli ultimi eventi, dovrebbe essere normale interrogarsi sulle strade da intraprendere per cambiare direzione. L’attuale modello ha sfruttato il suolo, costretto i fiumi e abbandonato completamente il tema della manutenzione dei territori, addirittura nel tempo lunghissimo in cui non si è provveduto ad agire ci si è anche dimenticati totalmente di chi lo dovrebbe fare.
Quando guardiamo al nostro passato, quasi sempre vediamo i nostri antenati come dei sempliciotti e dei bamboccioni mica competenti e senza le nostre comodità e le nostre sicurezze, ma quanto fragili sono oggi le nostre certezze? Potremmo rimanere molto sorpresi nel consultare gli statuti del XIV secolo di tutte le città disposte lungo la via emilia come Bologna , Imola ,Faenza , Forlì; quali sarebbero state le misure di prevenzione del rischio idrogeologico che avrebbero messo in campo in un epoca che noi consideriamo buia, a cui non riconosciamo nemmeno il diritto di avere un nome proprio , semplicemente: “il tempo in mezzo”, come il medio evo? Sarebbe molto istruttivo rileggere con quanta attenzione si costruivano canali, si mantenevano i rii e si regolamentava il tema delle acque e quanto pesanti fossero le pene per chi procurava danni a questo bene fondamentale. Il Magistrato delle acque di Venezia aveva diritto di vita e di morte su chiunque eseguisse lavori o semplicemente piantasse un palo nella laguna senza autorizzazione.
Tutto dimenticato, salvo pochi esempi come le istituzioni dei consorzi delle acque, il nostro modello di espansione ha completamente azzerato la consapevolezza della preziosità e della fragilità del rapporto tra uomo e acqua.
Sembra elementare a fronte degli eventi in corso che serve lasciare un adeguato spazio ai fiumi e curare soprattutto la montagna e la collina, a partire dalle opere di regimentazione delle acque, che servono a evitare il dissesto idrogeologico. Non si può tornare indietro con la bacchetta magica, ma occorre una grande opera di visione a lungo termine. Ci vorrà tempo ma bisogna ripensare l’intero assetto fluviale. È un lavoro molto complicato, che non si conclude in pochi giorni, ma si deve iniziare a fare. Il territorio va rinaturalizzato e riorganizzato per adattarsi a questi fenomeni ormai in corso. È una sfida enorme, perché implica di rivedere tutti i concetti con cui abbiamo vissuto e (non) gestito il territorio finora. Si può fare solo se inizieremo a ragionare a lungo termine, anziché seguendo gli interessi del momento. Se possiamo sintetizzare in uno slogan : MANUTENZIONE! MANUTENZIONE! MANUTENZIONE!
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